Al giardino ancora non l’ho detto. Un inno al silenzio e alla vita.

 In Travel & Books - Luoghi e pagine da sfogliare

Non è un testo adatto ad una lettura riscaldata dal termosifone di una casa di città. Non un libro per occupare gli attimi liberi dei giorni della fretta. Del viaggio in metro o in treno, delle pause fra una riunione e l’altra. Tanto meno da “ombrellone”, con il vociare di fondo e il rumore del mare. È un libro intimo, silenzioso, di una lentezza pacificante. L’ho iniziato più volte e più volte riposto trovandolo estraneo alla cornice in cui entrambi eravamo inseriti, arrendendomi all’attesa del momento perfetto: quello che avrebbe dato senso ad ogni parola rendendola forma, odore, sapore. Quel momento, in cui so, di riprendere possesso dei sensi e piacermi di più. In cui, come Pia, “esisto” nel mio “podere” e non vorrei far altro che guardare i fiori cambiare colore.

Ho letto senza interruzioni 𝐴𝑙 𝑔𝑖𝑎𝑟𝑑𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑙’ℎ𝑜 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 (Ponte alle Grazie, 2016) chiusa nella mia casa di campagna immaginandomi nelle vesti di Pia senza il suo talento ma con la fortuna di essere circondata dalla stessa bellezza e da quelle possibilità a lei troppo velocemente negate. Prendendo atto pagina per pagina di come la cura di ogni cosa per mano di altri possa essere ricchezza o limite. Farsa addirittura, quando quella 𝑐𝑜𝑠𝑎 l’abbiamo creata per accudirla noi stessi, farsa quando quella 𝑐𝑜𝑠𝑎 siamo noi e, tardi, ci accorgiamo di non avere più tempo.

Pia Pera è stata scrittrice, traduttrice, artista la cui vita è cambiata con l’avvio di un progetto importante abilmente raccontato da 𝑂𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 (Ponte alle Grazie, 2003) in avanti: abbandonare la città per dedicarsi alla ristrutturazione di un podere in Lucchesia e alla creazione di un giardino e di un orto.

Un luogo di estatica meraviglia, di sorpresa, di ritiro dove ritrovarsi grazie al dialogo con le piante, cercare risposte nella fatica del donarsi, dare significato all’esistenza attraverso il quotidiano coltivare la terra e nel rapporto con questa coltivare lei stessa.

Una relazione stretta, simbiotica, quella con il suo giardino destinata a trasformarsi nei modi quando Pia scopre di essere malata di sclerosi laterale amiotrofica. Da qui l’amara presa di coscienza di dover arrivare a lei e al suo giardino per mezzo di altri, rinunciare a quella solitudine che non è isolamento ma pace, ricerca, osservazione.

Come una pianta, subire “i danni delle intemperie, seccare, appassire, perdere pezzi”. Trovare il modo per “dire” al giardino che un giorno “di colpo cesserà ogni cura” e al gelsomino che “dovrà vedersela da solo, da pari a pari, con altre piante più vigorose”.

Un memoir con il titolo ispirato dalla poesia 𝐼 ℎ𝑎𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑡 𝑡𝑜𝑙𝑑 𝑚𝑦 𝑔𝑎𝑟𝑑𝑒𝑛 𝑦𝑒𝑡 di Emily Dickinson. Un racconto della malattia mai drammatico, ma al contrario leggero, delicato, capace di strappare sorrisi. Un viaggio nello sforzo immane di salvare un corpo irrispettoso di una mente vivace sottoponendolo a cure sperimentali e rimedi grossolani a cui Pia si presta pur sapendo che “nulla di esterno” la potrà aiutare e “se una guarigione arriverà, sarà da dentro”. Un lungo dialogo con se stessa nella forma diaristica in cui, nel tentativo di dar significato ad un vissuto imprevisto, la scrittrice riflette sulla vita, sulla morte, sulla libertà, sul coraggio, sulla fede, sulla spiritualità.

Un libro da sottolineare quasi per intero e rileggere quando spinti dal desiderio di affrontare il tema della vita prima ancora che della morte. Farlo camminando lentamente, rimanendo immobili, confondendosi nella massa, per cogliere l’esperienza del momento come esperienza del mondo. Fermando lo sguardo sul viso di chi ci parla, sia uomo o pianta, fiore o animale. Cancellando il passato, ignorando il futuro, scegliendo l’unico tempo nel quale ha senso “vivere”: il presente.

 

Ps1: in foto Altavilla Silentina dal “mio” piccolo giardino.

Ps2: ho scoperto Pia Pera grazie a Due Vite di Emanuele Trevi. Ne parlo qui

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